Inshallah

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Il canto del Muezzin risuona all’alba del mio ultimo Venerdì. I miei 40 giorni nell’Arabia Deserta stanno per giungere al termine, e come di solito accade, alla vigilia di ogni partenza, mi sento malinconica.

Il Venerdì qua è sempre stato un giorno di festa a metà per me, interrotto dalle sveglie all’alba per seguire le lezioni online in Cina, e passato cercando una connessione Wi-Fi per rispondere alle mail di lavoro. Eppure, proprio di Venerdì, ho vissuto le esperienze più mistiche. Dalla gita tra le fresche vette della città di Taif, alla notte passata in tenda nel cuore del deserto, fino alle piacevoli conversazioni sul futuro intorno ad un falò.  Le nuotate nel Mar Rosso e le piccole scalate tra le rocce inesplorate e gli ovili abbandonati mi hanno reso la persona che scrive questo articolo in questo preciso istante. All’alba di un nuovo Venerdì, mi sento una persona diversa da quella che è atterrata a Jeddah poco più di un mese fa. Questo in fondo è lo scopo di ogni viaggio: crescere. Torno a casa con una valigia più leggera, ma con un bagaglio di conoscenze ed esperienze più pesante. La ragazza che ero 7 anni fa rinunciò a studiare l’Arabo per dedicarsi a quella che credeva fosse la lingua del futuro. Oggi, con una Cina che ormai mi ha portato a vivere un’attesa esasperante, i miei giorni Arabi mi hanno insegnato invece ad avere la pazienza di aspettare, con un po’ più di fiducia nel futuro.  In Arabia per sopravvivere bisogna sapersi armare di una pazienza di ferro, senza la quale si morirebbe tra le aride rocce del deserto. Gli arabi a volte lavorano e si muovono con una lentezza che spesso fa spazientire gli occidentali, abituati a divorare il tempo, in una gara senza concorrenti e senza meta.

Nel deserto il tempo si regola guardando il cielo, proseguendo il cammino giorno per giorno, ed avendo per meta solo il prossimo passo. Chi vive spostandosi come i beduini sa che la vita non ha una destinazione fissa, ma non è nient’altro che un perenne viaggio durante il quale non ha senso aver fretta.   Chi è capace di aver pazienza, ha fede, una virtù che non manca in un paese incentrato sulla religione. Gli Arabi guardano al futuro pronunciando sempre, alla fine di ogni frase, l’espressione  in šāʾAllāh , che significa “se Dio vuole”. Il Corano parla chiaro: << E non dire di nessuna cosa: “La farò domani”, senza aggiungere: “se Dio vuole”>> (XVIII, 23-24) .

In questo paese la percezione della natura umana è piccola davanti alle imprevedibilità della vita: in una terra incoltivabile ed arida, la sopravvivenza può essere solo affidata ad una paziente fede nel domani ed in Dio.

E’ sempre stato interessate notare quanto la geografia sia importante nel determinare culture, religioni ed usanze di un Paese. Il clima giustifica molte delle regole dettate dall’Islam. Ad esempio, secondo la maggior parte dei teologi islamici contemporanei, la carne di maiale è considerata haram, cioè proibita, per questioni igieniche legate al clima, e lo stesso vale per quella che ad oggi conosciamo come macelleria Halal.

 La religione non è che una visione mistica della lotta umana per la sopravvivenza. Arrivando in Arabia sono proprio rimasta colpita di quanto la religione, ancora oggi, rappresenti il fulcro della vita di ogni persona: non riesco a scrivere di questo Paese senza parlare dell’Islam. La maggior parte degli uomini arabi ha un nero livido sulla fronte, segno di grande fede e dedizione alla preghiera. Cinque volte al giorno, la maggior parte dei negozi chiude durante l’ora della preghiera, ed a volte capita di restare chiusi dentro un supermercato. Letteralmente l termine Shariʿah significa “strada battuta”, ed indica il complesso di leggi e comportamenti che un buon mussulmano deve avere nel corso della sua vita. L’Arabia Saudita è una terra sacra per l’Islam, parte di quella strada battuta che avvicina l’uomo a Dio, raggiungendo la Mecca.

Preparandomi ad un’altra partenza, penso di non aver compreso ancora abbastanza questo paese e la sua religione, ma rifletto sulla perenne necessità umana di trovare uno scopo alla propria esistenza. Nessuno vuole muovere i propri passi in un sentiero incerto. Presto lascerò questo paese ricordando questo viaggio come un’esperienza mistica, sempre alla ricerca del mio di scopo. Come ho detto all’inizio, la pazienza non è più una dote dei nostri tempi, ed ormai guardiamo alla fede come un concetto anacronistico. In questi tempi, è comunque umano aver timore di un futuro incerto, e speranza per un futuro migliore.

Inshallah.

ENGLISH

My 40 days in Desert Arabia are coming to an end, and as usually happens, I feel melancholy on the eve of each departure. Friday here has always been a half-day party for me, interrupted by waking up at dawn for online classes in China and spent looking for a Wi-Fi connection to answer work emails. Yet, on Friday, I had the most mystical experiences. From the trip to Taif to the night spent in a tent in the heart of the desert to the pleasant conversations about the future around a bonfire. The swims in the Red Sea and the small climbs among the unexplored rocks and the abandoned sheepfolds made me the person writing this article at this very moment. At the dawn of a new Friday, I feel like a different person from the one who landed in Jeddah just over a month ago. This is the purpose of every journey: to grow. I come home with a lighter suitcase but heavier knowledge and experience baggage. The girl I was seven years ago gave up studying Arabic to devote herself to what she believed was the language of the future. Today, with a China that has now led me to live an exasperating wait, my Arab days have me instead to have the patience to wait, with a little more confidence in the future. In Arabia, to survive, one must know how to arm oneself with a lot of patience, without which one would die among the arid rocks of the desert. The Arabs sometimes work and move with a slowness that makes Westerners impatient, accustomed to devouring time, in a race without competitors and aimlessly.

In the desert, time is regulated by looking at the sky, continuing the journey day by day, and having only the next step as a goal. Those who live by moving like the Bedouins know that life has no fixed destination, but it is nothing more than a perennial journey during which it makes no sense to be in a hurry. Those capable of patience have faith, a virtue that is not lacking in a country centered on religion. The Arabs look to the future by pronouncing, at the end of each sentence, the expression šāʾAllāh, which means “if God wills.” The Koran speaks clearly: << And don’t say of anything: “I will do it tomorrow,” without adding: “if God wills”>> (XVIII, 23-24).

In this country, the perception of human nature is small in the face of the unpredictability of life. In an uncultivated and arid land, survival can only be entrusted to a patient faith in tomorrow and God. It has always been interesting to note how vital geography determines a country’s cultures, religions, and customs. The climate justifies many of the rules dictated by Islam. For example, according to most contemporary Islamic theologians, pork is considered haram, which is prohibited, for hygienic reasons related to the climate, and the same is true for what we know today as Halal butchery.

Religion is but a mystical vision of the human struggle for survival. Arriving in Arabia, I was struck by how much religion still represents the fulcrum of every person’s life today: I can’t write about this country without talking about Islam. Most Arab men have a black bruise on their foreheads, a sign of great faith and dedication to prayer. Five times a day, most shops close during prayer time, and sometimes it happens to be locked inside a supermarket. The term Shariʿah means “path” and indicates the set of laws and behaviors that a good Muslim must-have in the course of his life. Saudi Arabia is sacred land for Islam, part of that beaten road that brings man closer to God, reaching Mecca.

I reflect on the perennial human need to find a purpose for existence. Nobody wants to take their steps on an uncertain path. I will soon leave this country, remembering this trip as a mystical experience, always searching for my purpose. As I said initially, patience is no longer a gift of our times, and now we look at faith as an anachronistic concept. However, it is human to fear an uncertain future and hope for a better future in these times.

Inshallah

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