Al di là del velo

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Continuo a guardare questo paese come si ammira un paesaggio fuori da una finestra. Quando attraverso le strade in auto, osservo tutto con una certa distanza e mi domando come sarebbe vivere qua.  L’Arabia Saudita non è un paese semplice.  Lo so per sentito dire dagli altri italiani qua e lo percepisco dalle numerose differenze culturali con l’occidente. Eppure la voglia di restare un po’ più a lungo si fa sentire, come mi è capitato già altre volte all’estero. Fin dal mio arrivo qua, molte persone dall’Italia mi hanno chiesto se stare in Arabia Saudita fosse difficile per me, magari perché costretta a delle regole culturali che non mi appartengono. In Italia però troppo spesso abbiamo gli occhi coperti da una spessa nebbia di pregiudizi che non ci fa vedere in modo obiettivo “il diverso”. Sono anche io arrivata in questo paese intimorita, per poi scoprire lentamente e con curiosità usi e costumi diversi dai miei.

 Premetto di non essere in grado di affrontare un discorso sul ruolo della donna in Arabia Saudita, argomento che richiede studio e molta più esperienza dei miei miseri trenta giorni a Jeddah. Quello che posso fare però è scrivere delle cose che vedo passeggiando tra lei vie ed i negozi del centro. Inutile negare che il primo grande impatto culturale l’ho avuto proprio con l’abbigliamento, confrontandomi con le donne saudite. Oggi nessuna legge mi impone di indossare l’abaya, la lunga tunica che mi copre le braccia e le gambe, ma mi sentirei a disagio a fare altrimenti, quasi come se fosse una mancanza di rispetto. Per strada indosso l’abaya come un soprabito sopra i jeans, e non mi sono mai sentita né giudicata o osservata per questo.

Da sempre la società occidentale guarda con occhi critici l’abbigliamento di tradizione islamica, pensando di vedere donne costrette da una cultura estremamente patriarcale ad indossare il velo. La realtà del velo islamico incarna invece spesso un profondo significato di identità religiosa e culturale, che molte donne scelgono di indossare. Gli scritti religiosi musulmani non sono del tutto chiari sulla questione del velo delle donne, ma nel Corano viene comunque menzionata la necessità per le donne di essere modeste. L’area che le donne devono coprire dipende dalla fonte, e generalmente va dal seno a tutto il corpo tranne il viso e le mani. Il velo è un veicolo per distinguere tra donne e uomini, ed un mezzo per controllare il desiderio sessuale maschile [1]. Anche gli uomini musulmani negli scritti sono esortati ad essere modesti e a coprirsi tra la vita e le ginocchia, e di fatto qua molti uomini indossano lunghe tuniche bianche. Il velo è stato introdotto in Arabia molto prima di Maometto, principalmente attraverso i contatti arabi con la Siria e l’Iran, dove l’hijab era un segno di status sociale. Statuette femminile risalenti al 2500 BC lo testimoniano. Le donne d’élite nell’antica Mesopotamia e negli imperi bizantino, greco e persiano indossavano il velo come segno di rispettabilità e di alto rango, mentre le donne povere, che dovevano lavorare nei campi, modificavano i loro veli per adattarli al lavoro o non li indossavano affatto.[2]

Quelle che ho visto fino ad oggi a Jeddah non sono contraddizioni, ma contrasti, ed i più evidenti sono quelli all’interno degli immensi centri commerciali, bolle di globalizzazione ed aria condizionata nel deserto.  La maggior parte delle donne saudite indossa il Niqab, tradizionale velo islamico degli Stati arabi del Golfo Persico. Dentro negozi come Zara, tra vestiti colorati e all’occidentale, riconosco solo gli occhi ben truccati delle donne che fanno shopping. L’unica differenza tra un centro commerciale italiano ed uno saudita è  che nessuna delle donne indossa in pubblico gli abiti che si vedono in vetrina, ma lo fa in privato o per qualche festa tra amiche.  

In Arabia Saudita ho scoperto un culto del corpo e della bellezza più privato, che non prevede la stessa ostentazione che vediamo invece in occidente.  La cura del corpo della tradizione araba è di fatto una vera e propria religione: sempre camminando in questi immensi centri commerciali, ci si imbatte in interi reparti dedicati alla cura della pelle e dei capelli, in cui il profilo olfattivo dell’Oud, tipica fragranza dalle note legnose, seduce immediatamente. Tra oli essenziali e henna, ho intravisto l’universo dietro il Niqab. Jeddah ha stimolato in me la curiosità di scoprire il mondo arabo e la sua cultura al di là del velo: vorrò tornare in questo paese proprio per imparare a leggere meglio lo sguardo di chi mi passa accanto, e non fermarmi alla prime impressioni.

Fonti:

[1] “The Other Side of the Veil: North African Women in France Respond to the Headscarf Affair.” Copyright © 2003 by Gender and Society. 

[2] Ahmed, Leila (1992). Women and Gender in Islam. New Haven: Yale University Press. p. 15

ENGLISH VERSION

I keep looking at this country as one admires a landscape outside a window. When I drive through the streets, I observe everything from a certain distance, and I wonder what it would be like to live here. Saudi Arabia is not a simple country. I know this from hearsay from other Italians here, and I perceive it from the numerous cultural differences with the West. Yet the desire to stay a little longer makes itself felt, as has happened to me on other occasions abroad. Since my arrival here, many people from Italy have asked me if staying in Saudi Arabia was difficult for me, perhaps because I am forced to have cultural rules that do not belong to me. In Italy, however, we too often have our eyes covered by a thick fog of prejudices that do not make us see “the different” in an objective way. I also arrived in this country frightened, only to slowly and with curiosity discover customs and traditions different from mine. I state that I cannot address a discourse on the role of women in Saudi Arabia, a subject that requires study and much more experience than my miserable thirty days in Jeddah. What I can do, however, is to write about the things I see while walking through the streets and the shops in the center. It is useless to deny that I had my first significant cultural impact with clothing, comparing myself with Saudi women. Today, no law requires me to wear the abaya, the long tunic covering my arms and legs, but I would feel uncomfortable doing otherwise, almost as if it were a lack of respect. I wear the abaya like an overcoat over jeans on the street, and I have never felt, judged, or observed for this. Western society has always looked at traditional Islamic clothing with critical eyes, seeing women forced by a highly patriarchal culture to wear the veil. The reality of the Islamic veil, on the other hand, often embodies a profound meaning of religious and cultural identity, which many women choose to wear.
Muslim religious writings are not entirely clear on the issue of women’s headscarves, but the need for women to be modest is still mentioned in the Quran. The area women must cover depends on the source and ranges from “the bosom” to the whole body except the face and hands. The veil is a vehicle for distinguishing between women and men and controlling male sexual desire [1]. Muslim men in the writings are also urged to be modest and to cover themselves between the waist and the knees, and in fact, many men here wear long white tunics. The veil was introduced in Arabia long before Muhammad, mainly through Arab contacts with Syria and Iran, where the hijab was a sign of social status. Female statuettes dating back to 2500 BC testify to this. Elite women in ancient Mesopotamia and the Byzantine, Greek, and Persian empires wore the veil as a sign of respectability and high rank, while poor women, who had to work in the fields, altered their veils to suit work or not. they wore them at all. [2]
What I have seen so far in Jeddah are not contradictions but contrasts. The most evident are those within the immense shopping centers, bubbles of globalization, and air conditioning in the desert. Most Saudi women wear the Niqab, the traditional Islamic veil of the Arab states of the Persian Gulf. Inside shops like Zara, amidst colorful Western clothes, I only recognize the well-made-up eyes of the shopping women. The only difference between an Italian shopping center and a Saudi one is that none of the women wear the clothes they see in the window in public, but they do it in private or for some party with friends. In Saudi Arabia, I discovered a more private cult of the body and beauty, which does not include the same ostentation that we see in the West. The body care of the Arab tradition is, in fact, a real religion: always walking in these immense shopping centers, you come across entire departments dedicated to skin and hair care, in which the olfactory profile of Oud, a typical fragrance with woody notes, it immediately seduces. Between essential oils and henna, I glimpsed the universe behind the Niqab. Jeddah has stimulated my curiosity to discover the Arab world and its culture beyond the veil: I will want to return to this country precisely to learn to read better the eyes of those who pass me by and not stop at first impressions.

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