Arabia Deserta

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Il silenzio nel deserto dell’ Arabia ha la voce del vento che scolpisce e modella la sabbia, distrugge e spazza via in pochi minuti qualsiasi traccia lasciata da essere vivente. Ammirare l’immensità di questi posti è spiazzante, è possibile orientarsi solamente guardando il cielo, perchè nient’altro nell’aspra terra al di fuori dalle città ti aiuterà a capire dove andare.

Il deserto ha un che di mistico nel suo essere. Non mi sorprende che luoghi come questi siano stati la culla di religioni, di pellegrinaggi e di tutto quello che da sempre lega l’uomo con il suo lato più spirituale. Descrivere il deserto implica parlare delle emozioni e delle sensazioni che si provano attraversandolo, in una conversazione interiore con noi stessi. Nel grande nulla, tra le aride rocce e le dune sabbiose, crescono solo arbusti spinosi ed alberi senza frutto, di cui solo i dromedari selvatici dalle labbra callose possono nutrirsi, eppure c’è così tanto da raccontare. Ho avuto la fortuna di esplorare una piccola parte di deserto grazie alla guida di persone esperte ed in cerca di avventure. Non importa quante volte si passi attraverso questa terra di nessuno, perchè risulterà sempre diversa e piena di sfide.

Ho passato la notte ai piedi di rocce scolpite dal vento e dalla sabbia. Una in particolare ha la forma di una grande patata, rotta a metà dal calore tagliente del sole dei tropici. Sono arrivata ai piedi della grande patata di notte, sotto un’immensa luna piena che illuminava a giorno tutto quello che avevo attorno alla mia tenda. Dormire a contatto con la terra è forse stata l’esperienza più araba che ho fatto in questi giorni a Jeddah. Da sempre gli arabi attraversano queste immense distese di sabbia, che sono tutt’altro che inesplorate, ma sono la rotta attraverso la quale i pellegrini raggiungevano la Mecca partendo da Medina. La spiritualità di tale viaggio era consacrata dall’asprezza di un territorio che non perdona i deboli di spirito. A qualche chilometro di distanza dal nostro accampamento, ho visitato un antico ed abbandonato caravanserraglio per i pellegrini Haji.

Poco distante da quelle che ad oggi non sono altro che rovine di pietra, legno di palma e terra, ho visto anche per la prima volta un cimitero islamico. Dei semplici sassi indicano che qualcuno è stato sepolto in quel terreno, ma non ci sono né nomi né lapidi, né fiori e lacrime per i defunti, come invece è nei nostri costumi cristiani. In quel cimitero molti pellegrini avevano coronato il loro sogno di morire durante il pellegrinaggio verso la Mecca, considerandolo una morte degna per un musulmano. In quelle rocce abbandonate nel deserto ho compreso la transitorietà della natura umana, e l’importanza di aggrapparsi saldi alla vita nell’incertezza di quello che ci sta dopo.

Al contrario di quanto si possa pensare, nel deserto però non ci si sente soli. Tracce umane come i rifugi dei pellegrini o gli antichi ovili in pietra nelle zone più rocciose, ti fanno sentire in qualche modo parte di una storia che modella un territorio difficile da domare. Si trovano tracce dell’uomo ovunque, purtroppo anche devastanti: mi dispiace dover parlare della plastica che trovato tra la sabbia, segni di un passaggio di cui avrei preferito rimanere all’oscuro.

Cavalcando le dune in macchina come le onde nel mare, ho avuto la fortuna di vedere chi invece è abile nel domare l’imprevedibilità del deserto: un beduino in groppa ad un dromedario bianco seguito da una lunga fila di dromedari al pascolo. Il termine Beduino, dall’arabo badawiyyīn, significa “abitante del deserto”. Veloce, ho scattato una foto, cercando di fermare subito l’immagine di chi passa la vita spostandosi: cambiando sempre destinazione, il beduino assomiglia alle dune di sabbia che, a seconda del vento, cambiano sempre la loro direzione.

Ho visto il deserto come una metafora della vita, in continuo mutamento, imprevedibile e spesso aspra. Guardando gli alberi che si aggrappano ad un territorio così difficile da abitare, ed osservando il beduino con la testa avvolta nella sua Kefiah per proteggersi dal sole, ho pensato a come noi tutti, ovunque, stiamo attraversando un lungo viaggio. Nell’incertezza della direzione, a volte camminiamo senza meta, sperando, prima o poi di vedere un rifugio all’orizzonte.

Arbusto nel deserto
Caravanserraglio
Ovile in pietra
ENGLISH VERSION

The silence in the desert of Arabia has the sound of the wind that sculpts and shapes the sand, destroys, and sweeps away any trace left by a living being in a few minutes. Admiring the immensity of these places is unsettling; you can only orient yourself by looking at the sky because nothing else in the harsh land outside the cities will help you understand where to go. Yet, the desert has something mystical about it. I am not surprised that places like these have been the cradle of religions, pilgrimages, and everything that has always linked humankind to its more spiritual side. Describing the desert implies discussing the emotions and sensations when crossing it in an inner conversation with ourselves. In the great void, among the arid rocks and the sandy dunes, only thorny shrubs and fruitless trees grow, of which only the calloused-lipped wild dromedaries can feed, yet there is so much to tell. I was lucky enough to explore a small part of the desert thanks to the guidance of experienced people looking for adventures. It doesn’t matter how many times you pass through this no man’s land. It will always be different and full of challenges.

I spent the night at the foot of rocks sculpted by the wind and sand. One, in particular, is shaped like a giant potato, broken in half by the intense heat of the tropical sun. I arrived at the foot of the giant potato at night, under an immense full moon that illuminated everything I had around my tent today. Sleeping in contact with the earth was perhaps the most Arab experience I have had these days in Jeddah. The Arabs have always crossed these immense stretches of sand far from unexplored, but they are the route through which pilgrims reached Mecca starting from Medina. The spirituality of this journey was consecrated by the harshness of a land that does not forgive the feeble-minded. A few kilometers away from our camp, I visited an ancient and abandoned caravanserai for Haji pilgrims.

Not far from what today is nothing more than ruins of stone, palm wood, and earth, I also saw an Islamic cemetery for the first time. Simple stones indicate that someone was buried in that ground, but there are no names or tombstones, no flowers, and tears for the dead, as in our Christian customs. Many pilgrims had fulfilled their dream of dying during the pilgrimage to Mecca in that cemetery, considering it a worthy death for a Muslim. In those abandoned rocks in the desert, I understood the transience of human nature and the importance of clinging firmly to live in the uncertainty of what lies next. Contrary to what one might think, however, in the desert, one does not feel alone. Human traces such as the pilgrims’ shelters or the ancient stone sheepfolds in the rockiest areas make you feel somehow part of a story that shapes a difficult territory to tame. There are traces of man everywhere, unfortunately also devastating: I am sorry to have to talk about the plastic I found in the sand, signs of a passage that I would have preferred to remain unaware of.

Riding the dunes in the car like the waves in the sea, I was lucky to see who tame the desert: a Bedouin riding a white dromedary followed by a long line of grazing dromedaries. The term Bedouin, from the Arabic badawiyyīn, means “inhabitant of the desert.” Quick, I took a photo, trying to immediately stop the image of those who spend their lives moving: constantly changing destination, the Bedouin looks like dunes which, depending on the wind, constantly change their direction. I saw the desert as a metaphor for life, ever-changing, unpredictable, and often harsh. Looking at the trees that cling to a territory so difficult to inhabit and observing Bedouins with their head wrapped in Keffiyeh to protect themselves from the sun, I thought about how we all, everywhere, are going through a long journey. In the uncertainty of the direction, we sometimes wander, hoping, sooner or later, to see a refuge on the horizon.

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