La mia partenza

Il 9 Febbraio ho lasciato alle spalle i cancelli della mia università. Dopo quasi 12 giorni trascorsi dentro le stanze di un dormitorio la mia testa aveva iniziato a fare fantasie su quello che poteva essere la situazione fuori: influenzata dalle notizie e dalla preoccupazione dei miei genitori a casa avevo quasi paura ad uscire da quel mio nido sicuro. A causa dell’emergenza Coronavirus ero stata costretta ad una lunga quarantena dentro la stanza del mio dormitorio: le mie giornate ad Hangzhou iniziavano verso le due del pomeriggio, ma erano lunghe ed addolcite solamente dalla compagnia di chi, come me, cercava di vivere quella strana situazione con una nota di ironia. Non so che cosa mi abbia spinto alla fine a cercare un altro volo per andare via: in fin dei conti mi ero abituata a quella strana realtà sedata dalla convinzione che le cose si sarebbero rimesse in fretta.
Ho lasciato la Cina a malincuore, con le lacrime agli occhi ed un’espressione preoccupata nascosta sotto la mascherina tirata su fino sopra al naso. Ho salutato i pochi amici rimasti, fatto le valige molto velocemente e comunicato alla scuola la mia partenza: vivere altre tre settimane e forse di più in un dormitorio senza sapere quando le cose si sarebbero rimesse mi stressava, come mi stressavano le notizie che venivano da fuori, che come spifferi da una porta, mi facevano rabbrividire.

Ho preso un taxi per arrivare alla stazione di Hangzhou: la donna al volante con ben due mascherine alla bocca ha iniziato a farmi le solite domande sulla mia provenienza, a complimentarsi per il mio cinese e a dirmi di fare attenzione a questo nemico invisibile chiamato Coronavirus. È stato bello scambiarci quelle poche battute durante il veloce tragitto in strade semi deserte dove gli autobus giravano vuoti e le poche persone fuori avevano la bocca nascosta da una mascherina, ma le emozioni ben impresse nei loro occhi.
Il mio è stato un viaggio colmo di ansia, anche se in realtà è stato uno dei viaggi più semplici e privi di ostacoli che abbia mai fatto: treni in orario, stazioni vuote e nessuna fila o corsa contro il tempo.
Non ho riconosciuto più la Cina a cui ero abituata: quella affollata e caotica, quella di chi viaggia sui treni lenti trasportando valige enormi, la Cina di chi i treni veloci li prende tutti i giorni per andare a lavoro in giacca ed in cravatta e la Cina di chi viaggia per andare a trovare i figli che vivono in città portando borsoni pieni di regali e di cibo. Come d’improvviso quella Cina di cui spesso mi lamentavo per il non saper rispettare le file, i luoghi sempre affollati e gli scaracchi a terra mi mancava terribilmente.

copertina
Attesa

Mi è stata misurata la temperatura all’ingresso in stazione: gli addetti a tali controlli vestivano delle tute celestine che coprivano ogni angolo del corpo e delle mascherine agli occhi, vestiti così sembravano pronti ad effettuare qualche esperimento nucleare, quando invece il loro compito era un semplice leggere dei numeri sopra un monitor. Dentro l’immensa stazione di Hangzhou eravamo tutti uguali, volti senza espressione: ironicamente ho pensato che disegnare una bocca sorridente su ogni mascherina, avrebbe reso reale una comune distopia di un futuro senza veri sorrisi. Ho fatto il viaggio fino a Shanghai in un treno vuoto, al mio arrivo mi sono imbattuta in altri controlli della temperatura corporea e la richiesta della compilazione di alcuni moduli per autocertificare di non aver avuto contatto con le regioni infette. Chi adesso si reca a Shanghai o Hangzhou da altre città deve stare in quarantena almeno per una settimana prima di ritornare a lavoro, ma le regole cambiano di giorno in giorno.
Ad Hangzhou la maggior parte delle persone che conosco e che abitano al di fuori della università sono costretti a casa da quasi una settimana: le regole sono sempre più rigide.
Ho continuato il mio silenzioso viaggio verso l’aeroporto in taxi: questa volta il tassista non era in vena di chiacchiere ed ho passato quell’ora e mezzo di viaggio ad osservare la fioca luce del sole sparire lentamente tra le scure ombre dei grattacieli, dando spazio ad una grande luna rossa in cielo. Ho sentito il silenzio della vita di una città soffocata dentro le quattro mura di un appartamento.

controlli
Controlli alla stazione

 

Sono arrivata all’aeroporto di Shanghai con largo anticipo perché avevo il terrore di andare a rifinire in qualche lungo e tedioso controllo speciale della salute, quando invece mi è stata misurata la febbre solamente un’altra volta, come ormai è di routine ovunque. Molti voli cancellati, ma ancora molte persone in viaggio: lunghe e silenziose file di volti in mascherina in attesa del check-in. La notte del 9 Febbraio volavano solamente 4 aeri sopra Shanghai, ed il mio era uno di questi che, pieno, trasportava altre persone in “fuga”. Mentre ero in fila per il check-in ho parlato con un ragazzo russo: “I miei genitori mi hanno costretto a rientrare: sono 3 anni che non torno a casa, in Cina lavoro e lavoravo anche adesso con questo virus in giro! Per ora sono felice di non vedere il volo per Mosca cancellato, anche se una volta lì la federazione Russa mi terrà 14 giorni in quarantena.” Come lo capivo, come ci capiamo noi che viviamo in Cina! Molte delle persone sul mio stesso volo erano studenti di varie nazionalità: l’aeroporto di Mosca è uno dei pochi che ancora ha contatti con la Cina e la compagnia Aeroflot è la sola compagnia non cinese che vola anche durante questa emergenza da Shanghai. In fila per il check-in c’erano anche molte famiglie di nazionalità cinese con bambini piccoli, così come molte persone anziane, quelle più colpite da questa nuova malattia: tutti in fuga? O semplicemente in viaggio?
Ho pensato a come le notizie avessero manipolato la mia testa e creato nella mia fantasia chissà quale scenario apocalittico al di fuori della stanza del mio dormitorio: in realtà la vita va avanti e le persone continuano a muoversi, come in molti invece hanno già ripreso a lavorare.
Aspettandomi molti più controlli, sono arrivata molto velocemente al gate per l’imbarco senza mai levarmi la mascherina e lavandomi spesso le mani, quasi come fossi in battaglia con un nemico invisibile pronto ad attaccarmi ad ogni momento di debolezza o disattenzione.
Atterrata a Mosca ho compilato un altro documento per dichiarare il mio attuale stato di salute e destinazione. Ho provato antipatia per la hostess che si ostinava aggressivamente a chiedere ad un signore cinese di compilare il form in inglese, quando questo poveretto la guardava confuso non capendo una parola di quello che diceva. L’ho aiutato io a scrivere la sua destinazione finale: ho scoperto che andava in Grecia insieme al padre, credo a visitare alcuni familiari che abitano là.

A Mosca finalmente ho iniziato a respirare levandomi la mascherina, ma anche perché le ansie del viaggio avevano lasciato spazio alla voglia di riabbracciare la mia famiglia. Il viaggio fino a Roma è filato liscio: in 15 ore la paura del virus e le mascherine attorno a me erano completamente scomparse, ma nell’aria c’era solo l’eco delle notizie al telegiornale, che ad oggi danno sempre più spazio ad altri fatti. Sentir parlare le persone nella mia lingua mi ha rallegrato: i modi di fare un po’ buffi degli italiani, il loro gesticolare e parlare ad alta voce mi ha fatto dimenticare tutte le ansie di un lungo viaggio.
L’Italia è casa mia, una casa che ho lasciato da qualche anno ma che non ho mai abbandonato. Ho parlato con altri Italiani nella mia stessa situazione: l’Italia ci manca, ma dopo tanti anni via non sappiamo più che farci. Questo mese a casa sarà un po’ strano, come una vacanza forzata: ho capito di esser cresciuta quando le vacanze prolungate hanno iniziato a starmi strette. Non so quando le cose troveranno una nuova stabilità, si vocifera un rientro a scuola i primi di Marzo, ma sembra ancora troppo presto anche se lo spero con tutto il mio cuore. Questa esperienza per ora mi sta insegnando ad avere pazienza: “ tutto scorre” diceva Eraclito, ed anche questa situazione andrà via lasciando spazio ad una nuova normalità.

musicisti
Musicisti all’aeroporto

4 risposte a "La mia partenza"

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  1. Ti seguo da un po’ e mi piace molto leggerti. Il tuo modo di scrivere riesce a far sembrare tutto ‘reale’ per chi, come me, non vive quei momenti.
    Anche io sono un’italiana all’estero e mi ritrovo in quello che dici:casa è casa, ma quando vai via lasci anche quella te stessa in quel preciso contesto e tornare è sempre un misto di agio/disagio.
    Da biologa ti dico che hai fatto bene a rientrare in Italia. Queste situazioni possono degenerare in un secondo con risvolti inimmaginabili. Spero per tutti, principalmente per la Cina, che questo incubo finisca presto e di poter tornare alla normalità senza ulteriori vittime.
    In bocca a lupo

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