8 giorni di reclusione

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Con oggi sono 8 giorni di reclusione nel dormitorio: sembra passato un mese ed ho scoperto ore della giornata prima a me sconosciute. Ho trascorso momenti di grande ansia ed allarmismo anche quando tutto attorno a me era tranquillo: fuori dalla mia camera gli uccellini volano di albero in albero cinguettando, non ci avevo mai fatto caso prima, e la quiete che ho attorno stona con il caos di telefonate ed agitazione che ho vissuto negli ultimi 3 giorni. Davanti l’entrata dell’ascensore del mio dormitorio ci sono dei poster che illustrano quanto sia importante lavarsi spesso le mani ed indossare la mascherina in questo periodo, i disegni mi ricordano quelli di alcuni libri per bambini. La tragicità della situazione è soffocata nella calma e nella desolazione delle strade fuori: se i giornali all’estero infervoriti gridano al disastro globale, qua nel mio universo c’è una strano silenzio rotto solamente dalle notizie locali e dal crescere dei numeri di persone infettate dal virus. L’apertura di alcuni negozi è stata rimandata alla settimana prossima e sono impressionata di come le autorità Cinesi abbiano preso sotto controllo la situazione: gli studenti che rientreranno in anticipo negli ambienti universitari saranno severamente puniti, come oramai è impedito l’accesso a negozi e ristoranti a chiunque non indossi una mascherina e la polizia è molto severa a riguardo. Le strade sono popolate solamente dalle motociclette delle consegne a domicilio, unico segnale che gli appartamenti qua intorno hanno qualcuno al loro interno. Vivere in reclusione non è uno stile di vita nuovo per la maggior parte dei cinesi: questa immagine di strade deserte e appartamenti formicai pieni di una vita silenziosa trascorsa alla luce di uno schermo sembrano la distopia di un futuro non troppo lontano dalla società d’oggi. Ricordo quando abitavo in appartamento lo scorso anno e i miei vicini di casa avevano sempre davanti l’ingresso le buste del cibo da asporto, ma non ho mai visto nessuno entrare o uscire da quelle porte: ad oggi questa quarantena sembra quasi normale.

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Ho provato a tornare in Italia, ma il destino ha voluto che io restassi qua: il volo che avevo per Roma la notte del 3 Febbraio è stato prima cancellato, poi dirottato e poi nuovamente cancellato. Sono fatalista e visto l’allarmismo mediatico dell’ultima settimana, la decisione del Governo Italiano di bloccare tutti i voli diretti Cina-Italia ed altre numerose compagnie aeree dimezzare tutti i collegamenti con le maggiori città cinesi ho deciso di lasciar calmare le acque. Nel mio piccolo e calmo universo non esiste alcun rischio: sono in buona compagnia e l’idea di restare bloccata in aeroporto senza un posto dove andare mi spaventa di più.

Ho trovato il tempo di leggere molto, di informarmi e di tranquillizzare la mia famiglia a casa. La telefonata delle 3 del pomeriggio con mia mamma è quasi d’obbligo e se il tempo da me sembra essersi cristallizzato, nel mondo là fuori la vita va avanti: ai telegiornali la notizia del Coronavirus sembra aver dato spazio alle elezioni negli Stati Uniti e all’ Impeachment di Trump, come anche i servizi su Sanremo si sono fatti il loro spazio quotidiano nei telegiornali italiani. Lentamente si inizia a parlare meno del virus e a riflettere di più sulle conseguenze sociali di questa situazione: assieme ai sintomi influenzali e alla febbre alta in molti in Europa sembrano essere stati affetti da attacchi di razzismo. In un mondo che ha vissuto epidemie molto più mortali del Novel Coronavirus questo momento di crisi ha le caratteristiche di una collettiva isteria e paranoia.

Ad oggi il mio ruolo è quello di spettatrice ed internet mi aiuta nel mio silenzioso osservare il mondo reagire a questo strano periodo. Nel mio silenzioso osservare sono inciampata in un articolo scritto dal filosofo Slavoj Zizek che ha stimolato molte riflessioni personali riguardo alla società odierna. (https://www.rt.com/op-ed/479970-coronavirus-china-wuhan-hysteria-racist/?from=timeline)

“The more our world is connected, the more a local disaster can trigger global fear and eventually a catastrophe.”

È il paradosso di una società in cui le distanze sono state annientate dalla tecnologia: in meno di 13 ore è possibile raggiugere Pechino da Roma, in meno di un minuto una notizia si può diffondere in tutto il mondo. Se il coronavirus fosse esploso in Cina prima delle riforme di Deng Xiaoping, probabilmente nessuno ne avrebbe parlato. I problemi che oggi accadono in Cina interessano e preoccupano chi abita in Europa o in America e questa “vicinanza” ci ha paradossalmente resi anche più distanti. L’aumento di odio e di razzismo degli ultimi giorni nei confronti degli asiatici è una conferma di questa “distanza ravvicinata”: alla televisione italiana si sente parlare di “solidarietà per gli amici cinesi”, mentre alcune madri italiane si rifiutano di portare i figli a scuola se hanno compagni di classe di etnia cinese.
In un era in cui è così facile l’informazione in molti ancora scelgono l’ignoranza, in una società che con un solo clic riesce ad avere una finestra sul mondo ancora si sceglie di vagare nel buio aggrappandosi a vecchi pregiudizi.

“Those who should be truly ashamed are all of us around the world thinking just about how to quarantine the Chinese.”

Dopo questa lunga settimana di false notizie e di eccessivo allarmismo le notizie adesso suonano come un lontano eco ed io sto vivendo una strana calma dopo la tempesta di email e telefonate degli ultimi giorni. Guardo alla bellezza melanconica delle città deserte: ieri il negozietto di alimentari dietro il dormitorio ha di nuovo aperto e dalla mia finestra ho visto la figlia di tre anni del proprietario giocare insieme alla madre mentre il resto tutto attorno taceva. La vita continua ed anche se questa settimana sembra esser durata più di un mese, presto spero e sento che tutto trovi un nuovo equilibrio.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Wolf ha detto:

    Grazie per le tue testimonianze. Forza e coraggio!

    Piace a 1 persona

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