Ritorno a casa da turista

[ENGLISH VERSION BELOW]

Dopo sei lunghi mesi sono stata ben contenta di ritornare a casa ed abbracciare la mia famiglia: ho vissuto maggio e giugno in modo frenetico tra lavoro, università e diversi cambiamenti. L’ansia del mio rientro è stata accompagnata dalla tristezza di alcuni saluti, molte delle persone che incontro in Cina saranno destinate a rimanere un ricordo legato alla mia esperienza universitaria ad Hangzhou e so che probabilmente non vedrò mai più molti degli amici che sono stati come una famiglia in questi ultimi tre anni, non mi abituerò mai a questo genere di saluti. Nessun posto è casa mia, parlo un cinese ancora imperfetto ed un inglese a volte sgrammaticato ed ho il terrore di dimenticarmi di come si parla e si scrive in italiano: non ho una fissa dimora, ma ho molte persone che mi vogliono bene sparse in giro per il mondo.
Spesso mi fermo a pensare alle mie radici: sono italiana ma da qualche anno a questa parte mi sento come una straniera a casa mia, ma non fraintendetemi, straniera nel più bel senso della parola. Mi sento come un turista in esplorazione, un po’ estranea ormai alle persone che abitano qua: in questi tre anni in Cina sono cambiata molto e così anche le cose qua in Italia non sono rimaste ferme come le avevo lasciate alla mia partenza, tutto è in una costante metamorfosi, un panta rei che mi stimola e disorienta allo stesso momento. È sempre bello ritornare, parlare con i vecchi amici, confrontarsi e riconoscersi negli anni passati insieme, i ricordi riaffiorano con una certa facilità guardando strade, sentendo profumi e sapori familiari specialmente se si è nostalgici tanto quanto me.
Alcune persone non mi (ri)conoscono e quando esco con mia madre fermano lei e deducono che sia la figlia dalla somiglianza che ci lega, specialmente nello sguardo e nei nostri occhi verdi.
“ Sì, lei è mia figlia maggiore. Abita in Cina.”
La parola Cina spesso scatena una tempesta di domande, leggo negli occhi delle persone lo stupore e la curiosità nel sentir dire che una ragazza della mia età si è trasferita così lontano da casa per studiare e trovare la propria strada, quando a me ormai stupisce sentir parlare una persona che ha trascorso la maggior parte della propria vita in un unico paese, creandomi a volte un po’ di invidia, perché so che purtroppo io forse non ne sarò mai capace.
Ma parli il cinese?
Dieci giorni che mi trovo a casa ed ho sentito questa domanda già una decina di volte al giorno, un po’ come le curiosità che questa affermazione suscita e le mille domande che mi fanno spesso sentire come Marco Polo di ritorno dal suo lungo viaggio attraverso l’Asia. Ed è buffo che mi senta a casa in Cina tanto quanto in Italia, e ciò non mi fa più render conto delle differenze che separano questi due paesi, in particolare quando alcune vecchiette esclamano “Ho sentito dire che non parlano italiano là!” .
Ebbene sì, l’italiano non è certamente la lingua più parlata in Cina, così come nemmeno l’inglese: in molti si stupiscono nel sentire che parlo il cinese, ma è vera e propria necessità e ringrazio il cielo di esser arrivata ad Hangzhou con una base sebben minima di mandarino. Non conosco molti cinesi che parlano in modo fluente e corretto l’inglese: nelle grandi città è più facile trovare qualche cameriere capace di formulare quelle due o tre frasi imparate a memoria per interloquire con i turisti, ma dove abito io e nella vita di tutti i giorni le persone si rivolgono a te solo e solamente in cinese, che tu lo conosca o meno non useranno altro modo per comunicare.
La Cina è un paese grande, per tanti cinesi “aver viaggiato molto” significa aver visitato le maggiori città cinesi, il che non presuppone un grande sforzo linguistico: da molti è ritenuto quasi superfluo l’apprendimento di una nuova lingua anche se la nuova generazione si sta molto aprendo verso l’estero. Tra una decina di anni credo esisteranno molti più giovani cinesi capaci di parlare una seconda lingua come l’inglese: io stessa insegno italiano a dei ragazzi che progettano di frequentare l’università in Italia ed i madrelingua inglesi sono molto richiesti come insegnanti d’asilo e spesso sono anche pagati profumatamente per insegnare una lingua a dei bambini dai tre anni in su di età.
Poco prima di partire ho conosciuto una ragazza italiana digiuna di qualsiasi conoscenza di lingua cinese: “mi fido anche sul resto che mi danno al supermercato, non capisco niente io do a loro la banconota da cento e spero mi diano indietro i soldi in modo onesto. Non posso far altro.”
I miei genitori da soli in Cina non sarebbero stati capaci di prendere un taxi senza il mio aiuto da interprete, come ho visto alcuni ragazzi arrivare ad Hangzhou con un livello zero di cinese imparare in poco più di un mese a parlare una lingua così complessa per noi occidentali proprio per sopravvivenza. A volte penso agli italiani che emigrano in America e alle nonne che hanno imparato alla meno peggio l’inglese, ed io mi sento così, parlo un cinese “un po’ all’ italiana”, muovo le mani ed infilo a volte qualche imprecazione nella mia lingua quando il fruttivendolo non capisce che cosa voglio comprare.
Ti piace vivere lì?
Quando mi fanno questa domanda alzo le spalle e dico sempre “ son tre anni che mi trovo in Cina, qualcosa mi sarà anche piaciuto!”.
La Cina è ovviamente molto diversa dall’Italia così come anche dagli altri paesi Europei: si tratta di una diversità che va ben aldilà della lingua, della cultura o del cibo, si tratta di uno stile di vita diverso, ed il mio non è neanche a dir la verità proprio cinese, ma a metà tra occidente ed oriente. In Cina ho imparato a pormi in modo diverso, a comportarmi e ad usare le parole giuste al momento giusto: vengo da un universo molto piccolo a confronto, e quando in Cina dico di venire da un paesino di poco più di 6.000 abitanti è un po’ come dicessi che provengo da un isola sperduta e disabitata. Ci sono molte cose della vita in una metropoli che mi piacciono, come ad esempio la frenesia ed il non fermarsi mai che una città come Shanghai o Hangzhou ha: non ci si annoia mai, anzi il tempo tende a sfuggirti di mano con una facilità a dir poco spaventosa. A Maggio non ho fatto altro che rincorrere autobus e treni sovraffollati, rispettare scadenze e rendermi conto alle 11 di sera di essermi dimenticata di cenare, mentre qua a casa a volte guardo impaziente l’orologio per arrivare finalmente all’ora di cena. Non ho una macchina, mi muovo con dei mezzi di trasporto super efficienti o una bicicletta sgangherata rischiando più di una volta di essere investita da qualche risciò carico di bottiglie di plastica o scatole di cartone.
Ho una famiglia internazionale che parla solo inglese e che si aiuta a vicenda: è bello essere così solidali l’uno con l’altro, è bello sapere che in un paese straniero hai sempre qualcuno su cui puoi contare. In Cina riconosciamo le nostre debolezze, come la lingua ad esempio è uno dei primi ostacoli che rende un semplice appuntamento in banca una sorta di crociata verso la Terra Santa con la speranza di concludere qualcosa a fine giornata. Ogni giorno mi trovo a lottare, se il primo anno mi lamentavo praticamente ogni giorno delle difficoltà giornaliere ad oggi posso ben dire che so come rimboccarmi le maniche, so come rimanere in equilibrio, cadere e rialzarmi: è un vero e proprio addestramento alla vita.
Quando dico che in Cina non posso utilizzare normalmente Google o Instagram, molte delle persone qua sgranano gli occhi come se avessi detto in Cina è vietato respirare, quando poi parlo della rete VPN i più perdono il filo del discorso, perché naturalmente nessuno in Italia ha mai dovuto aggirare certe restrizioni per controllare la propria posta elettronica su Gmail: questa ad oggi è la più piccola ed insignificante delle difficoltà che incontro, anche se ci sono stati alcuni giorni in cui la tentazione di lanciare il computer dalla finestra era veramente forte.
Ho sempre descritto la Cina come il paese delle contraddizioni, in cui davvero tutto è possibile secondo alcuni limiti e a seconda di come ti sai ingegnare, e forse per questo mi piace.
La carne di cane l’hai provata?
No.
Sto cercando di sfatare il mito secondo il quale in tutta la Cina la carne di cane sia uno dei piatti tipici: esiste una sola città in tutto il paese in cui viene fatto questo atroce festival, contestato anche da molti altri cinesi. In Cina non si mangiano i cani come anche non si mangia solo riso: la cucina cinese è molto varia e cambia da regione a regione. Ci sono cose che mi piacciono ed altre che invece evito molto volentieri. È una cucina molto diversa da quella mediterranea, più elaborata e magari anche più oleosa: i sapori sono più accentuati, piccanti ed a volte sconosciuti al palato di chi di cinese ha mangiato solamente gli involitini primavera.
I ristoranti cinesi che si trovano in Italia sono una copia occidentalizzata della cucina cantonese e non hanno nulla a che vedere con quello che in un cinese medio mangia in pausa pranzo: dal mio primo arrivo in Cina ho subito notato che esistono più ristornati che negozi ed a volte mi domando dove mettano tutto il cibo che mangiano le gracili ragazzine cinesi. Un vero cinese che si rispetti ha sempre qualche snack in borsa o un enorme milk tea alla mano.
Le cose che preferisco mangiare in Cina sono i panini al vapore ripieni di verdure per colazione, i noodles freddi nelle giornate più afose e gli spiedini di carne e verdure della mezzanotte come snack notturno. Non nascondo che a volte in Italia ho avuto nostalgia di qualche piatto cinese, proprio come in Cina ho nostalgia della pizza ogni volta che i miei amici ordinano da Pizza Hut cose che non hanno nemmeno la dignità di esser chiamate tali.
Non vado in cerca di ristoranti italiani in Cina, preferisco cucinarmi da sola un bel piatto di pasta: la Barilla viene importata così come tantissimi altri prodotti italiani, ormai in un supermercato cinese non è difficile trovare qualcosa di familiare, a parte il formaggio buono, quello o costa quanto un lingotto d’oro o non si tratta di formaggio. Mi sono emozionata nel trovare del prosciutto di bassa qualità in un supermercato tanto quanto nello scoprire che in Cina esistono dei mercati neri del cibo: la comunità italiana in Cina è abbastanza grande da avere chi smercia qualche salamella o tarallo di nascosto, esiste qualche panettiere che ha aperto un forno a Shanghai o pizzaiolo che fa una pizza decente in casa e la rivende ad un buon prezzo chissà con la mozzarella di bufala presa da chi. Le persone che smerciano questi prodotti di importazione spesso si fanno pubblicità su gruppi Wechat ( una sorta di whatsapp cinese) creati appositamente: ed è così che ho il gruppo “Italian food lovers” come “ Best backery”, le spedizioni in Cina poi costano così poco che non è difficile ordinare una bella torta di compleanno che arrivi fresca a destinazione in poche ore.
Molte persone si sono create in proprio dei veri e propri lavori, da chi smercia prodotti alimentari a chi invece prodotti di bellezza: tutto avviene su una chat a prezzi così convenienti che invece che di business sembra un vero e proprio atto di solidarietà tra expats in Cina.
Non è anche vero che mangio solo sushi, quello è giapponese e a dirla tutta in Cina non ho ancora mangiato un sushi decente a buon mercato, come anche non è comune per una famiglia cinese avere per pranzo un bel piatto di cavallette e scorpioni, gli spiedini di insetti sono più che altro una trovata turistica che incuriosisce e delle volte disgusta anche i cinesi stessi!
Cibi disgustosi (per me) in Cina ce ne sono, basta pensare al tofu puzzolente, il cui nome dice già molto sulla bontà di questa pietanza apprezzata da molti cinesi ed il cui odore di piedi si percepisce già da un chilometro di distanza, l’ho dovuto assaggiare a forza cercando di non respirare proprio per scoprire se davvero l’odore nauseabondo non rispecchia il sapore di questo snack popolare nello street food cinese, e posso finalmente dire che non è vero. Gli orrori da gustare vanno dalle zampe di gallina alle chips di pesce, ogni regione ha la sua prelibatezza dall’aspetto ed il sapore strano per chi non è cinese, ad esempio ho conosciuto alcuni cinesi che sono stati in Italia e sono rimasti disgustati dal risotto alla milanese, si sta parlando di abitudini diverse, e d’altra parte De gustibus non disputandum est.
Paese che vai usanza che trovi, in Cina mi sono dovuta adattare e magari all’inizio ho fatto i salti mortali per farlo ed ho pianto nel vedere le foto che mi mandava mamma della pasta al ragù della domenica, ma ad oggi mi sono abituata a queste nuove usanze e forse ne ho create anche delle mie.

 

>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>ENGLISH VERSION<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<

After six long months, I was happy to come back home and spend some time with my family: I lived May and June in a frenetic way between work, university and several changes in my life. The anxiety of my return was accompanied by the sadness of some goodbyes, many of the people I meet in China will be destined to remain a memory linked to my university experience in Hangzhou and I know that I will probably never see many of the friends who have been like a family over the past three years, I think I will never get used to this kind of goodbyes. Sometimes I think I have no home, I speak a still imperfect Chinese and an ungrammatical English and I dread to forget how to speak and write in Italian: I don’t have a place that I can call home, but I have many people who love me scattered around the world.
I often think about my origins: I am Italian and now I feel like a foreigner in my hometown, but don’t get me wrong, a foreigner in the most beautiful sense of the word. I feel like a tourist in exploration: in these three years in China I have changed a lot and so also the things here in Italy have not remained the same, everything is in a constant metamorphosis that stimulates and disorients me at the same time. It is always nice to come back home, talk to old friends and recognize each other in memories, not difficult to recall in memory past years by looking at streets and place, especially if you are as nostalgic as I am.
Some people do not recognize me and when I go out with my mother they stop her and deduce that I am her daughter from our green eyes and strong glance.
“Yes, she is my eldest daughter. She lives in China. ”
The word China often triggers a storm of questions, I read in the eyes of people the amazement and curiosity to hear that a girl of my age has moved so far from home to study and find her own way, at the same time I am surprised to hear about people who have spent most of their life in one place, sometimes I’m envious of this because I know that unfortunately, I may never be able to stay in one place.
Do you speak Chinese?
Ten days that I am at home and I have heard this question already a dozen times a day, a bit like the curiosity that this statement arouses and the many questions that often make me feel like Marco Polo returning from his long journey through Asia. And it’s funny that I feel as at home in China as I do in Italy, and this no longer makes me realize the differences that separate these two countries, especially when some old women exclaim “I have heard that they don’t speak Italian in China!”
Yes, Italian is certainly not the most spoken language in China, nor is English: many are surprised to hear that I speak Chinese, but it is a real need and I am so grateful for having arrived in Hangzhou with minimal knowledge of mandarin. I don’t know many Chinese people who speak fluent and correct English: in big cities it is easier to find some waiter or policeman able to formulate those two or three sentences learned by heart to speak with tourists, but where I live people will speak to you only in Chinese, whether you know it or not they will not use another way to communicate.
China is a big country, for many Chinese people “to have travelled a lot” means to have visited the major Chinese cities, which does not imply a great linguistic effort: from many it is considered almost superfluous to learn a new language even if the new generation it is very open to foreign countries. In about ten years I think there will be many more young Chinese people able to speak a second language like English: I teach Italian to students who plan to attend university in Italy and native English speakers are very much in demand as kindergarten teachers and often they are also very well paid to teach a language to children.

My parents alone in China would not have been able to take a taxi without my interpreter help, and many of the new students arriving in China for the first time are able to learn such a difficult language very fast because is the only way to “survive” in China, they have to.
Sometimes I think about the Italians who emigrate to the United States and the grandmothers who have learned English, and I feel like this, I speak Chinese “ in my Italian way” I move my hands and sometimes put a few swears into my speech when the grocer does not understand what I want to buy.

Do you like living in China?
When they ask me this question, I shrug and I always say “I have been in China for three years, must be something I like about China!”
China is obviously very different from Italy as well as from other European countries: it is a diversity that goes well beyond the language, the culture or the food, it is a different lifestyle, and mine is not even to tell the truth precisely Chinese, but halfway between the West and the East. In China I learned to put myself in a different way, to behave and to use the right words at the right time: I come from a very small universe in comparison, and when I say in China I come from a village of just over 6,000 inhabitants it is as I said I come from an uninhabited island lost in the middle of the ocean. There are many things about living in a metropolis that I like, such as the frenzy that a city like Shanghai or Hangzhou has: you never get bored, on the contrary time tends to get out of hand with ease that is short of scary. In May I did nothing but chase overcrowded buses and trains, meet deadlines and realize at 11 pm that I forgot to have dinner, while here at home I sometimes look impatiently at the clock to finally arrive at dinner time. I don’t have a car, I move with super-efficient public transports or a rickety bicycle risking more than once to be hit by a few rickshaws loaded with plastic bottles or cardboard boxes.
I have an international family that only speaks English and helps each other: it’s nice to be so supportive of one another, it’s nice to know that in a foreign country you always have someone you can count on. In China we recognize our weaknesses, as the language, for example, is one of the first obstacles that make a simple appointment at the bank a sort of crusade towards the Holy Land with the hope of concluding something at the end of the day. Every day I find myself struggling for something, if the first year I complained practically every day about my daily difficulties, I can now say that I know how “to roll up my sleeves”, I know how to stay in balance, fall and get up again: it is real training for life.
When I say that in China I can’t normally use Google or Instagram, many of the people here are wide-eyed as if I had said in China it is forbidden to breathe, then when I talk about the VPN most of the people don’t understand what I am talking about, because naturally, nobody in Italy had to avoid certain restrictions to check emails on Gmail: today this is the smallest and most insignificant of the difficulties I encounter, although there have been some days when the temptation to launch the computer from the window was really strong.
I have always described China as the country of contradictions, where really everything is possible according to some limits, and perhaps, for this reason, I like it.

Have you tried dog meat?
No. I am trying to dispel the myth that dog meat is one of the typical dishes in all-over China: there is only one city in the whole country where this atrocious festival is done, contested by many other Chinese as well. Dogs are not eaten in China as much as rice is not the only food you can find in this country: Chinese cuisine is very diverse and varies from region to region. There are things I like and others that I rather avoid. It is a very different cuisine from the Mediterranean, more elaborate and maybe even more oily: the flavours are stronger, spicy and sometimes unknown to the palate of those of Chinese who have only eaten spring rolls. Chinese restaurants in Italy are a westernized copy of Cantonese cuisine and have nothing to do with what an average Chinese man eats at lunch: since I first arrived in China, I immediately noticed that there are more restaurants than shops. My favourite things to eat in China are vegetable filled steamed buns for breakfast, cold noodles on sultry days, and midnight Chinese barbecue as a night snack. I don’t deny that sometimes in Italy I had nostalgia for some Chinese dishes, just as in China I miss the pizza whenever my friends order from Pizza Hut things that don’t even have the dignity of being called such.
I don’t go in search of Italian restaurants in China, I prefer to cook myself a nice plate of pasta: Barilla is imported as well as many other Italian products, now in a Chinese supermarket it is not difficult to find something familiar, apart from the good cheese, the one that costs as much as a gold bar or is not cheese. I was thrilled to find low-quality ham in a supermarket as well as to discover that there are black food markets in China: the Italian community in China is big enough to have those who sell some salamella or tarallo secretly, there is a baker who has opened a bakery in Shanghai or pizza maker who makes a decent pizza at home and sells it at a good price who knows with the mozzarella cheese taken by whom. The people who market these imported products often advertise themselves on Wechat groups (a kind of Chinese WhatsApp) created specifically: and that’s how I have the group “Italian food lovers” as “Best bakery”, shipments to China then cost so little that it is not difficult to order a beautiful birthday cake that arrives fresh to its destination in a few hours.

Many people have invented a new job this way, from those who sell food products to beauty products: everything happens on a chat at such affordable prices that instead of business it seems a real act of solidarity between expats in China. It is also not true that I only eat sushi, that is Japanese and to be honest in China I have not eaten decent cheap sushi yet, as it is not common for a Chinese family to have a nice plate of grasshoppers and scorpions for lunch, the insects are more than anything else a tourist attraction that intrigues and sometimes even disgusts the Chinese themselves! There are some disgusting foods (for me) in China, just think about the stinky tofu, whose name already says a lot about the goodness of this dish appreciated by many Chinese and whose smell of feet is already perceived from a kilometre away, I had to taste it by force trying not to breathe to find out if the nauseating smell really doesn’t reflect the taste of this popular snack in Chinese street food, and I can finally say it is also disgusting to me. The horrors to be tasted range from chicken feet to fish chips, each region has its delicacy of appearance and the strange taste for those who are not Chinese, for example, I met some Chinese who were in Italy and were disgusted by the risotto alla Milanese, we are talking about different habits, and on the other hand De gustibus non disputandum est.

Country that you go the custom you find, in China I had to adapt and maybe at the beginning I jumped through it to do it and I cried seeing the pictures that I was sent by my mom of pasta with ragù on Sunday, but today I’m used to these new customs and maybe I’ve even created mine.

 

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