L’esplosione di colori ed energia di Hong Kong

Ho lasciato ad Hong Kong un pezzetto di cuore: tornare in questa città è stato un turbine di emozioni e di ricordi. Nel lontano 2015 la mia estate ad Hong Kong fu la prima esperienza in Asia, all’epoca avevo da poco iniziato a studiare a Ca’ Foscari ed il mio cinese elementare servì a ben poco visto che non appena atterrata all’aeroporto scoprii che la mia “host mum” parlava solamente cantonese. In quel lontano 2015 non avrei mai immaginato di vivere in Cina un giorno e di parlare quotidianamente una lingua così diversa dalla mia, quella fu un’estate meravigliosa e la voglia di tornare nella città che, bene o male, mi ha spinto a proseguire su questa strada attraverso l’Asia, è cresciuta giorno dopo giorno con la mia permanenza ad Hangzhou.
È stata una piacevole sorpresa riscoprire un luogo e vederlo con occhi diversi: ho capito quanto sono maturata da quel lontano 2015 e quanto la mia vita lontana dall’Italia abbia cambiato il mio modo di vedere le cose. È interessante come le nostri ricordi possono cambiare ed essere mutati con l’età e con l’esperienza, ed in questo caso Hong Kong è risultata ad i miei occhi più bella e più complessa di come la ricordavo.

La prima tappa a Macao
Sono arrivata ad Hong Kong prima passando da Macao: i voli per quest’ultima sono molto più convenienti di quelli per Hong Kong e poi ero curiosa di provare il nuovo e lunghissimo ponte che collega le due città. Macao è molto grigia e la giornata di pioggia in cui l’ho visitata non l’ha certo resa più luminosa ai miei occhi. Con le Converse ormai zuppe d’acqua, io ed il mio ragazzo ci siamo addentrati nella zona più antica della città, quella che racconta la storia di Macao come colonia portoghese: siamo arrivati su una strada molto turistica piena di cinesi in impermeabile e di negozi non proprio caratteristici ma pieni di cianfrusaglie e di street food. Per chi non è mai stato in Cina potrebbe sembrare una novità ed una attrattiva turistica interessante, mentre per me è una cosa già vista e rivista in tante città cinesi. Sotto una pioggia incessante, lottando tra ombrelli e turisti bagnati siamo riusciti finalmente ad arrivare davanti la suggestiva facciata della cattedrale di San Paolo, simbolo della città. Della cattedrale, dopo l’incendio del 1792, rimane solo l’immensa facciata e la lunga scalinata che porta ad essa: una sorta di entrata verso il nulla, simbolo di Macao ma anche essa stessa simbolo di una città svuotata della sua storia e completamente venduta al gioco d’azzardo. Macao è una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese, nonché l’unica zona più accessibile ai cittadini della grande terra di mezzo a cui piace il gioco d’azzardo, visto che i casinò sono illegali in Cina. Personalmente non mi è interessato visitare i numerosi casinò della città, che sono un tripudio di ricchezza e lusso, caratteristiche in netto contrasto con il resto di Macao, che mi ha dato un senso di decadenza. La vista dall’antica fortezza della città è suggestiva quanto malinconica: lo splendido palazzo del Lisboa Casinò domina la scena con le sue pareti dorate e la forma che assomiglia al bocciolo di un fiore: è il casinò più grande al mondo ed è posto in mezzo al grigiore di edifici per lo più fatiscenti, molti dei quali mi hanno dato l’impressione di somigliare più a delle baracche che a dei veri e propri appartamenti.
Nel tardo pomeriggio ho attraversato il ponte più lungo al mondo ed è stato impressionante: tale ponte sembra uscire fuori dal nulla, è sospeso nel bel mezzo del mare ed è impossibile non chiedersi quali trucchi ingegneristici siano stati utilizzati per costruire un’infrastruttura del genere. È infinito, ma allo stesso tempo una via molto più veloce del tradizionale traghetto che da sempre collega Macao ed Hong Kong. È impossibile trovare traffico dato che le auto che vi hanno accesso sono veramente poche, poiché serve un doppio numero di targa per attraversarlo e, a quanto ho capito, varie e noiose pratiche da sbrigare per avere tale permesso: principalmente girano solo gli autobus che fanno la spola tra Macao ed Hong Kong.

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Gran Lisboa Casinò

L’esplosione di colori ed energia di Hong Kong
Arrivare ad Hong Kong dopo la grigia Macao è stata un’esplosione di colori: le tipiche insegne al neon di negozi e ristoranti ed il caos di una città che non dorme mai hanno accolto me e il mio ragazzo, visibilmente distrutti dopo un viaggio durato quasi un giorno e con le spalle doloranti per i pesanti zaini pieni di vestiti, specialmente i miei che ancora non ho imparato ad essere una brava backpacker. L’ostello in cui alloggiavamo si trovava nella zona di Mong Kok, una tra le più popolose della città: girando in un labirinto di edifici, messi lì come delle precise tessere di un puzzle dove ogni metro edificabile è prezioso in una città così densamente popolata, siamo arrivati al nostro ostello, perso al terzo piano di un condominio. Ho avuto la mia esperienza di vita dentro una scatola: pochissimi metri quadri, un letto ed un bagno con la doccia sopra il wc, nessuna finestra, ma fortunatamente tutto molto pulito! Hong Kong è cara, e questo l’ho potuto ben constatare dai prezzi degli alberghi, la mia scatola costava circa 50 euro a notte, per una stanza “normale” spesso le cifre vanno oltre i 200 euro a notte, e le vie di mezzo sono molto difficili da trovare.
Hong Kong è energetica, viva, colorata e sempre in movimento: sono stata subito travolta dal piacevole caos di questa città, che ho notato diversa dalla Cina a cui sono abituata. Hong Kong non è Cina, è una città asiatica a metà strada tra la cultura occidentale e orientale, la dominazione britannica fino al 1997 non ha lasciato solamente la guida a destra, ma un’identità culturale unica. È una città multietnica, la maggior parte delle persone parlano correttamente l’inglese oppure il cantonese, dialetto parlato a sud della Cina.
Non adoro girare sottoterra con la metropolitana quando visito un posto nuovo, per fortuna camminare per la città è stato veramente piacevole: l’architettura è interessante quanto instabile, spesso molti edifici sono sotto manutenzione e “sorretti” dalle tipiche impalcature fatte di canne di bambù, camminando là sotto non è difficile sentirsi protagonisti di qualche film anni 80 con Jackie Chan. Ad Hong Kong si trova di tutto, dal Mark & Spencer, tipica catena di supermercati inglese, al negozietto che vende le radici di zenzero e il pesce essiccato. La mia passeggiata attraverso tutta la zona di Mong Kok è terminata nella zona di Tsim Sha Tsui, famosa per la sua passeggiata lungo il mare proprio davanti all’isola della city, il cuore di Hong Kong. Lo skyline da questa passeggiata che si affaccia sul mare è bello, anche se continuo a preferire quello di Shanghai per la sua architettura: la ventosa promenade di Tsim Sha Tsui, conosciuta come la Walk of Fame perché dedicata alle star del cinema di Hong Kong, specialmente alla sera si trasforma in un’atmosfera romantica di luci, mai troppo affollata. Da Tsim Sha Tsui consiglio di prendere il traghetto per raggiungere la zona Central: è un modo economico che avere una vista panoramica tra le due isole prima di approdare nel cuore vivo dell’economia di questa città.
La zona conosciuta come “Central” mi ha ricordato molto New York: grattacieli che ti costringono a tenere il naso sempre per aria a scrutare e a immaginare quel che accade all’ultimo piano di questi colossi di acciaio e vetro. Gli uomini d’affari in giacca e cravatta mangiano il loro panino in pausa pranzo attenti a non sporcarsi la cravatta di maionese, mentre donne bellissime in equilibrio sui loro tacchi a spillo e strette nei loro tailleur che corrono verso l’ufficio cercando di non rovesciare il caffè caldo di Starbucks: arrivare in pausa pranzo al Central Plaza mi ha fatto sentire come quando da bambina sognavo di vivere in una grande città e lavorare come una donna d’affari, un po’ come nella famosa serie tv Sex and The City. Il Central Plaza è un grattacielo che offre una vista spettacolare e gratuita al 46esimo piano: da lì sembra aver il potere di poter controllare tutta la città, le auto sono come delle formichine che corrono impazzite su sottili lastre di cemento, i grattacieli e gli edifici si perdono all’orizzonte assieme al mare, che nonostante tocchi le coste di una metropoli come Hong Kong, è di un blu acceso ed è incredibilmente pulito.

 

Una vita in scatola
Come ho già accennato gli affitti di Hong Kong sono tra i più cari al mondo: vivere in questa metropoli asiatica potrebbe risultare complicato e molto dispendioso, in particolare se non si dispone di un salario all’altezza, come ad esempio quello di chi svolge i lavori più umili. Sul web è facile trovare una di quelle foto di stanze claustrofobiche e piene di oggetti incastrati l’uno con l’altro per cercare di rendere il più vivibile possibile uno spazio di a mala pena 5 metri quadrati. Giusto lo spazio per un letto nemmeno troppo grosso, ed un micro bagno, se si è fortunati, che spesso viene usato come cucina. Come molti altri turisti ho fatto delle foto davanti ai condomini tipici di questa città, complessi che assomigliano più a degli affollati alveari che a delle abitazioni. Lo squallore di questi posti è affascinante, in Cina ho cominciato ad apprezzare l’estetica dei luoghi più squallidi, tetri e pieni di storie da raccontare forse perché in tali posti riesco a trovare i soggetti perfetti per le mie fotografie: addentrarmi in questi vicoli chiusi in cui il sole non picchia quasi mai data l’altezza degli edifici è stato molto interessante e, al tempo stesso, spaventoso. Come una persona riesce a vivere la sua esistenza in spazi così ristretti? Fuori dal complesso di condomini assieme ai turisti che scattavano foto da pubblicare su Instagram, c’era un gruppo di anziane intente a giocare a carte: da quanti anni si ritrovano periodicamente fuori per sfuggire dalle loro “scatole”, mi sono chiesta. Sicuramente avranno visto la città cambiare, crescere e perdere quelle caratteristiche che aveva quando loro erano giovani, tutto ad Hong Kong come nel resto del mondo è destinato a crescere e cambiare all’infinito. È bello pensare che in balìa di queste forze potenti ed oscure che scuotono e muovono il mondo questo simpatico gruppo di signore continuerà a giocare tranquillo a carte ogni giorno.
Hong Kong è piena di contrasti, ed anche qua povertà e ricchezza sono i due volti della città: se molte persone vivono tra scarafaggi in stanze che io chiamerei “bare per vivi”, basta allontanarsi di poco ed arrivare nella zona di Victoria Peak per vedere dove abitano i ricchi: lussuosissimi condomini che al primo sguardo avevo scambiato per alberghi, in questi appartamenti generalmente abitano uomini d’affari con le loro famiglie. Per curiosità ho chiesto quanto costano tali appartamenti: pur non essendo molto grandi il loro prezzo presenta una lunghissima sfilza di zeri. Da Victoria Peak, l’altopiano più alto della città, si ha una bella vista, naturalmente nei giorni in cui il tempo non è piovoso ed umido: con il mio ragazzo abbiamo salito il picco fino al suo punto più alto, a volte incontrando una Maserati scendere, altre volte una Lamborghini salire le vorticose curve che abbracciano la collina. La zona è molto tranquilla, non sembra nemmeno di vivere in una città, anzi si ha la sensazione di essere sperduti in una qualche foresta tropicale in cui il cinguettare degli uccelli è più forte del rumore del traffico che impazzisce ai piedi di questo picco. Chi abiterà mai queste ville? Alcune sembrano abbandonate, altre invece sono in ristrutturazione: là sopra credo ci stiano le persone che hanno così tanti soldi da amare la solitudine, ed in fondo forse anche loro si sono chiusi in una scatola d’oro per vivere lontani dal caos cittadino.

Mangiare ad Hong Kong
In Cina ho l’abitudine di lamentarmi spesso del cibo e della mia monotona alimentazione: non essendo amante della cucina cinese e non essendo una vera e propria maga ai fornelli mangio praticamente le solite cose tutti i giorni, aggiungendo il fatto che molti dei prodotti che siamo abituati a mangiare in Europa o in Italia qua in Cina o costano troppo o non esistono. Ad Hong Kong, due ore di aereo da Hangzhou, questo problema non esiste. Appena arrivata in città ho trovato un Mark & Spencer pieno di cibo “normale” e non asiatico: vi dico solo che il mio ragazzo mi ha dovuto tirare via a forza prima che spendessi tutti i miei risparmi in humus e yogurt greco. Mangiare occidentale ad Hong Kong non è difficile come in Cina, magari non è proprio economico, ma i prezzi vanno di pari passo con il costo della vita di questa città: è una città multietnica, e come tale anche il cibo lo è. La cucina tipica di Hong Kong è molto vicina comunque a quella cinese, in particolare a quella cantonese: deliziosi sono i “dim sum”, i tipici ravioli cotti al vapore ripieni di verdure, gamberetti o carne. Essendo una città di mare si mangia molto bene il pesce, famoso è l’enorme granchio fritto che è una vera e propria attrazione turistica, come anche le palline di pesce, un delizioso e piccante snack facile da trovare nello street food di Hong Kong. Io ed il mio ragazzo ci siamo innamorati in particolare di una pietanza tipica dello street food di questa citta: gli egg pancakes. In Cina questo tipo di waffle fatto da tante bolle viene servito come cono di un gelato, ad Hong Kong ho scoperto che in realtà viene mangiato senza gelato, ma come un biscotto. Esistono infiniti gusti, dal cioccolato al tè verde, dal formaggio al caffè: ne avrei mangiati a migliaia senza fermarmi, ma poi credo avrei avuto grandi rimpianti a salire sulla bilancia.

I miei giorni ad Hong Kong sono stati meravigliosi e sono passati troppo in fretta: non vedo l’ora di tornare a girare la città sopra i suoi tram tipici, non vedo l’ora di fare nuovamente aperitivo a Soho, la zona con i locali più chic, peccato che il tempo non mi abbia permesso di visitare di nuovo l’enorme Buddha di Hong Kong, come le meravigliose spiagge che sembrano uscite dai cataloghi delle agenzie di viaggio… ho molti motivi per tornare ad Hong Kong, senza aggiungere che ho molti amici che aspettano il mio ritorno per bere una bottiglia di vino in compagnia mentre la città continua a vivere anche di martedì notte, come se fosse giorno: ad Hong Kong si rischia di perdere la concezione del tempo, ma l’idea di prendere questo rischio mi affascina.

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