Tra Vietnam e Cina: la lingua cinese e le nuove abitudini asiatiche.

Ricevo questo testo da una vecchia compagna di Ca’ Foscari, anche lei al momento vive e studia in Cina, nella città di Shenyang che si trova al nord est. Ricordo ancora la sua passione per il Vietnam e con piacere leggo che ha coronato il suo sogno di viverci per un periodo: la sua esperienza tra Cina e Vietnam è interessante e vorrei davvero saperne di più, ma come scrive lei non è facile raccogliere in una manciata di parole tali esperienze di vita, che ti segnano e ti cambiano profondamente. Sarebbe sicuramente bello incontrarla qua in Cina per un buon milk tea ed una bella chiacchierata.

“Sono G. e vorrei parlare di quello che per me è la Cina.
Ho trascorso in Cina circa un anno di tempo in tutto, fra i primi quattro mesi trascorsi a studiare la lingua a Pechino ed il tempo passato da quando ho messo piede per la prima volta alla North Eastern University di Shenyang.
Tutto quello che so della Cina è quanto ho potuto vedere attraverso i miei occhi di studente, prima  di triennale, cioè 本科生 Běnkē shēng, poi come studentessa di magistrale, ovvero研究生Yánjiūshēng.
Non sono fra i gloriosi ex compagni di Ca’ Foscari che si districano fra un distretto economico e l’altro, fra stages a Shanghai o a Pechino, la mia avventura in Cina è cominciata così, normalmente, con il mio zoppicante cinese imparato a Ca’ Foscari, partita per la Cina il terzo anno di università, convinta che mi sarei laureata a Giugno e poi avrei fatto la magistrale in cinese economico a Venezia. A dire il vero non mi ha nemmeno fatto granché effetto vivere lontana da casa la prima volta a Pechino, dopotutto a Venezia ero comunque lontana, e poi c’era anche la mia migliore amica con me. 雾霾过敏 Wù mái guòmǐn, cioè allergica allo smog delle città cinesi e disorientata mi districavo fra una 书法课 shūfǎ kè,
cioè corso di calligrafia cinese, un corso di taekwondo e le lezioni di cinese. Andava bene così, ma non posso dire che la mia prima esperienza in Cina sia stata particolarmente segnante.
Dopo essere tornata in Italia ho dato in fretta e furia tutti gli ultimi esami di Ca Foscari e sono partita verso l’ignoto, cioè il Vietnam, dove credevo sarei rimasta cinque mesi, ma dove sono di fatto rimasta un anno e mezzo. È chiaro che per me l’esperienza in Vietnam è stata e rimane la migliore e la più straordinaria della mia vita, ma sembra logico chiedersi perché, dopo aver costruito col sudore una meravigliosa vita in Vietnam abbia deciso di ritornare in Cina. (Do per scontato che tornare in Italia non mi sia passato neanche per l’anticamera del cervello!)
In realtà la Cina e il cinese sono stati molto importanti per me durante il periodo in Vietnam, dove oltre a rimettere in discussione me stessa ho messo in discussione il mio metodo di studiare cinese. Una volta arrivata all’università di Hanoi comunicavo praticamente solo in cinese, perché in pochi sapevano l’inglese e io non sapevo ancora il vietnamita. Dopo aver passato quattro mesi a Pechino frequentando il più alto dei livelli dei corsi di cinese della mia università credevo che non avrei avuto difficoltà a seguire i corsi ad Hanoi, anche perché mi avevano messa al secondo anno.
Non sono mai stata superba, ma un po’ mi seccava il fatto di dover studiare in quello che credevo essere un livello basso. Una volta cominciate le lezioni è cambiato tutto. Mi sono accorta di non sapere niente. Ed è stato così che mi sono lasciata alle spalle tutto quello che avevo imparato in precedenza ed ho cominciato a cambiare. Tutto è stato perché per i vietnamiti studiare il cinese è più o meno difficile come quello che potrebbe essere per noi italiani studiare il Portoghese. I miei compagni capivano tutto, mentre io tirando a caso le risposte sono riuscita a passare per il rotto della cuffia l’esame di cinese. Ero affascinata dal modo in cui i miei compagni vietnamiti parlassero il cinese e ricordassero senza alcuno sforo migliaia di caratteri. Quello che più mi ha stupito di più è stato il fatto che nessuno sembrava vedere il cinese come una lingua impossibile, come invece facciamo noi in Italia. Tutti in Vietnam guardano quotidianamente film cinesi, programmi televisivi in cinese
e lavorano part time per 老板 lǎobǎn, cioè per datori di lavoro cinesi.
E così anche io mi sono buttata il passato alle spalle, ho cominciato a 拼命打工 pīnmìng dǎgōng, cioè a lavorare sodo in una compagnia cinese in Vietnam e a fare l’insegnante d’inglese per sbarcare il lunario, ed anche a seguire i vari programmi televisivi cinesi e vietnamiti. In tutto questo, mentre il mio cinese incominciava a lasciare posto al vietnamita nella mia vita quotidiana, non ho mai rinunciato all’idea di tornare in Cina a studiare. Scrivendo la mia lettera di presentazione di notte, ho presentato la mia documentazione in diverse università e con immensa gioia (nonché fortuna) sono stata ammessa alla 东大 dōng dà
di 沈阳 Shěnyáng . Penso che il tempo passato in Vietnam sia stato come un sogno ad occhi aperti, ma che non avrebbe avuto senso se non fossi tornata in Cina. Stare in Vietnam è stata come una sorta di preparazione perché non mi sentivo ancora pronta ad affrontare la Cina.
Cominciare a studiare qui a Shenyang è stato un po’strano. Il cinese bene o male lo sapevo, quindi non è stato un così grande problema, ma è stato molto difficile al tempo stesso costruire un rapporto di amicizia coi compagni di classe. Nella mia facoltà dobbiamo scrivere un sacco di saggi e noi studenti stranieri 吃苦 chīkǔ, che letteralmente significa “mangiare amaro”, perché non è facile scrivere in cinese.
Per quanto riguarda il nord est della Cina,mi piace sempre di più. Avevo sentito dire che fosse la parte della Cina col 普通话 Pǔtōnghuà
più 标准 biāozhǔn, cioè standard, ma in realtà si parla soprattutto il dialetto di questa regione. Le persone sono molto oneste, non si attaccano agli stranieri come a Pechino. Quando mi hanno detto che l’inverno sarebbe durato nove mesi non volevo crederci, ma adesso che siamo ad Aprile la temperatura continua a scendere spesso sotto zero. È stato l’inverno più freddo della mia vita, alle volte a mezzogiorno la temperatura era di -15 gradi. Ho comprato in modo compulsivo vestiti su internet, ma non è servito a molto.
A dir la verità, la mia vita non è così movimentata qua: frequento i corsi della mia facoltà e le lezioni di cinese, ho degli amici ma all’inizio ho passato molto tempo da sola, essendo appena arrivata ed essendo l’unica italiana. Qui i compagni stranieri sono soprattutto Russi, Pakistani, Vietnamiti e Nordcoreani.

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Frequentando soprattutto asiatici ed ho cominciato a prendere abitudini che in passato mi sarebbero sembrate strane. Innanzitutto faccio colazione con il famoso 粥 zhōu, una sottospecie di porridge di riso. In passato questa pietanza mi faceva schifo, ma quando ho realizzato in mensa faceva schifo praticamente tutto, ho capito che questo piatto era uno dei migliori. Oltretutto c’è un ottimo ristorante di 粥 zhōu vicino all’università e ci vado quasi tutti i giorni con la mia compagna di banco. Una cosa che non mi piace molto è il fatto che sia insipido in quanto 主食 zhǔshí cioè cibo base nella dieta cinese, ma ci verso sempre dentro litri di salsa di soia dentro. Il pranzo è ormai diventato un pasto errante fra le 10.30 e le 12 e nella maggior parte dei casi ceno alle 5.30, perché ho fame ed anche perché la mensa chiude presto, e forse anche perché “così fanno tutti”. Sono anche una 奶茶nǎichá addicted, bevo il milk tea quasi tutti i giorni.
Un’ altra cosa diversa per me sono le uscite tra amici degli asiatici, ed anche in questo caso mi sono trovata molto bene con queste nuove abitudini. Uno dei loro divertimenti preferiti è mangiare al ristorante, con stile ovviamente diverso da quello occidentale ed io non ho potuto fare a meno che aggiungermi al club dei buongustai. Va forte la carne grigliata coreana, il milk tea ovviamente, ma soprattutto qui nel dongbei i 串儿 chuàn er, degli spiedini fatti di carne o di interiora.
Appena arrivata sono stata semi avvelenata dai compagni con gli spiedini di 蝉蛹chán yǒng, cioè di cicale.
A volte domando ai miei amici perché invece di ordinare interiora ed insetti non mangiano carne, e loro rispondono che è per non annoiare le proprie papille gustative. Per quel che mi riguarda, mi piacciono abbastanza fegato e cuore, ma non mangio altre interiora, né occhi né teste.
Il secondo grande divertimento per gli asiatici è scattare fotografie, il che mi fa sempre sentire come una nobile dell’800 che prende parte ad una scampagnata. Sinceramente sono negata per le foto, ma le mie amiche mi aiutano a scattare migliaia di foto ogni volta che usciamo assieme, è divertente ed anche una buona occasione per andare a cercare paesaggi sempre diversi e belli.
Se dovessi tirare le somme di quello che ho vissuto in Cina fino ad adesso, direi innanzi tutto che ci sono troppe cose e esperienze che devono essere raccontate a una a una e non possono essere riassunte qua in questo testo. In ogni caso, posso dire di sentirmi molto fortunata e felice per la mia vita e per l’occasione di fare l’università in Cina. Da fuori potrebbe sembrare che sia tutto rose e fiori, ma a volte la vita è molto dura. Ogni giorno bisogna affrontare grandi difficoltà non solo scolastiche, e io sono una persona molto sensibile quindi è particolarmente provante a volte. Bisogna anche abituarsi a essere soli, almeno nella mia situazione. Non è come a casa che posso sempre contare sui miei familiari, a volte i problemi arrivano di colpo e non c’è nessuno pronto a darmi una mano. Nonostante tutto sono piuttosto convinta della mia scelta di vivere in Cina, e vorrei cercare lavoro qui o in Vietnam… vedremo. L’Italia è sempre lì che mi aspetta, per ora voglio godermi a pieno la mia esperienza qua.”

 

 

Se anche te abiti in Cina e vuoi raccontarmi la tua esperienza scrivimi al mio indirizzo email camilla.fatticcioni@gmail.com

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