La vita di noi Expats in Cina

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” Carme 85, Catullo

Odio ed amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse.
Non lo so, ma sento che succede e mi tormento.

Citare Catullo per descrivere la mia vita in Cina? Forse è un poco esagerato, ma la bellezza di questi versi mi è rimasta dentro fin dal liceo e cerco di adattarli a qualsiasi situazione che implichi la coesistenza di due sentimenti in contrasto, come l’odio e l’amore. Amo la Cina per svariati motivi, la detesto per altrettanti altri.
Pensando al mio percorso di studi al liceo spesso mi chiedo come sia andata a rifinire in Asia, forse cercando di imitare le prodezze di Alessandro Magno alla conquista del mondo? Purtroppo l’epicità delle mie azioni si limita a non farmi investire attraversando la strada! Mi rassicura comunque il fatto di non esser la sola qua, la sola con le idee abbastanza confuse che si trova a combattere per un pasto decente e che non comprenda al suo interno delle orripilanti zampe di gallina. Faccio parte di una precisa categoria: andando a vivere in Cina sono automaticamente entrata a far parte del numeroso gruppo dei cosiddetti “Expats”.
Chi sono gli Expats? Per spiegarlo è meglio partire dal fatto che in Cina esistono due categorie di persone: 中国人 (Zhōng guó rén) e 外国人 (Wài guó rén),cioè cinesi e non-cinesi, un po’ come “l’essere” ed il “non essere” di Parmenide se voglio continuare con le citazioni da classicista nostalgica.
Gli Expats sono i non-cinesi, cioè coloro che provengono da paesi al di fuori della Cina: lo dice lo stesso termine in quanto 外 significa “esterno”, 国 “stato” e 人 “persona”. Come in Europa siamo abituati ad avere una visione eurocentrica della nostra storia e geografia, basta guardare un planisfero appeso in una qualsiasi aula di una scuola in Cina per rendersi conto che la Cina occupa la maggior parte dello spazio al centro, enorme rispetto al resto del mondo. 中国 letteralmente può esser tradotto “terra di mezzo”, la terra che sta al centro di tutto secondo una visione unicamente “sinocentrica”. Ed in effetti vivere in Cina mi fa sentire così, cioè parte di uno di quei tanti paesi al di fuori dell’immensa terra di mezzo: in Cina non conta essere Italiano, Messicano, Francese, Indiano o Neozelandese, sei semplicemente un 外国人.
Non voglio far innervosire nessuno con questa visione geografica molto semplicistica, quindi aggiungo subito che c’è del bello nell’esser additato per strada come straniero, come ad esempio entrare a far parte della comunità di Expats in Cina. Tra Expats non esistono barriere culturali o linguistiche, siamo tutti parte di un’unica grande famiglia di avventurieri (o sventurati) in Cina. Ognuno di noi Expats ha mille motivi per amare questo paese che ci ha accolto ed ha unito persone di luoghi geograficamente lontanissimi, ognuno dei membri di questa famiglia ha anche mille motivi per detestare la “terra di mezzo” per il suo “egocentrismo”, ma trova comunque una buona soluzione per apprezzarla.
Che cosa fanno gli Expats in Cina oltre a lavorare o studiare? Si ingegnano, trovano soluzioni a quelli che a persone che non abitano in Cina potrebbero suonare problemi banali, come trovare dello yogurt senza zucchero visto che in Cina mettono lo zucchero pure nel pane, e non aggiungo altro. Tra Expats esistono veri e propri mercati neri di cibo occidentale: potrebbe sembrare paradossale ma ho comprato del mascarpone per il tiramisù da una ragazza Russa che smercia a basso prezzo alcuni prodotti che si fa inviare da sua mamma a Mosca. Sono parte di ogni sorta di gruppo Wechat di Expats ad Hangzhou ( per chi non lo sapesse Wechat è una sorta di Whatsapp cinese): su queste chat di gruppo in cui sono riunite centinaia di estranei si possono scambiare consigli, opinioni, vendere oggetti usati, trovare compagni di stanza oppure offerte di lavoro, pubblicizzare eventi oppure, cosa molto popolare, vendere cibo occidentale. Mi piace questa collaborazione tra 外国人.
Comunque non voglio nemmeno lasciar pensare che il rapporto con i 中国人 non esista, anzi forse a volte è la parte migliore del vivere in Cina: sentirsi stranieri assomiglia al concetto di straniero nell’antica Grecia, in particolare per la sfumatura di ospite-amico che prende la parola greca “ξενία” (xenia). Ed essere “ospiti” in Cina non implica semplicemente esser additati per strada come alieni, anzi ti da la possibilità di aver molti privilegi. Mi spiego meglio, in Cina sono molto attenti a noi 外国人, siamo sia fonte di guadagno quanto di scambio reciproco di conoscenze che stanno al di fuori della propria sfera personale: essere accolti in Cina è un bene non solo per noi stranieri che abbiamo opportunità di lavoro o di studio stimolanti, ma anche per i cinesi che grazie a noi riescono a far girare molto bene l’economia ed ad avere molti contatti con l’estero.
In Cina fino ad ora ho vissuto esperienze uniche che mai avrei pensato di vivere in Italia: ad esempio io che sono sempre stata una frana quando andavo a danza classica da bambina, in Cina sono riuscita a trovare il tempo di perfezionarmi abbastanza per esibirmi in performance di Lindy Hop. Conosco numerosi esempi di stranieri che sono arrivati in Cina per lavorare ed hanno lo stesso trovato tempo per coltivare una parte di loro che non conoscevano: fotografi amatoriali o non, pittori, blogger o ballerini, ognuno di noi Expats ha la possibilità di modellare la propria persona al di fuori di alcuni standard che aveva prestabilito nel proprio paese di origine, ed è un privilegio che non si può avere ovunque.
La mia vita in Cina in quanto Expats è meravigliosa, forse è più basata sull’amore per quello che faccio che sull’odio. Detesto tante di quelle banalità che mi capitano ancora oggi e che mi fanno sentire straniero nel senso più brutto del termine, come non capire quando un cinese mi parla al telefono e sentirmi subito una stupida. Sembrava mi fosse caduto il mondo addosso quando un ATM ha mangiato la mia carta di credito la scorsa settimana: ho avuto i miei cinque minuti di tragedia greca domandandomi cosa fare, chi chiamare come agire e come capire quello che le persone mi diranno. Ho chiamato il centralino della banca in questione capendo meno della metà di quello che la signorina cercava di dirmi al telefono, ma comunque facendomi capire alla perfezione: in meno di un’ora un tecnico è arrivato a recuperare la mia carta di credito, una tempistica che in Italia forse mi sarei sognata… ed ho capito che in Cina essere straniero ha sì molte difficoltà, alcune banali altre meno, ma le soluzioni sono altrettanto numerose se si impara a non affogare in un bicchiere d’acqua, anzi in questo caso sarebbe meglio dire in una tazza di tè qualità Jasmine.

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